martedì 27 febbraio 2018

Quando "essere" è gridare più forte di quello che si dice.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 5, 31-37 

In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno»

La vecchia legge trova compimento e maturazione in quella nuova...
La quaresima mi invita ad entrare in questo deserto per uscirne cambiato. Non più la legge come strumento per arrivare a Dio, ma il cuore per conoscere un Padre, per riconoscermi figlio.
Questo Vangelo mi invita, sulla scorta di quello di ieri, ad essere cuore, che dove si posa vede... e quando un cuore vede, allora non ripudia, abbraccia, accoglie prova com-passione.
Ma invita, nella solitudine del deserto, anche a riprendere consapevolezza del nome del Padre: non un accessorio, uno zaino o una "docg" da apporre sulla mia vita, altrimenti non sarei troppo diverso da quel "gott mit uns" delle truppe naziste... Non un nome vuoto che "chiamato in causa" dà credito alle mie parole... Ma  un padre che mi chiama in causa affinchè il mio agire sia riflesso della sua Luce. 
Dunque, la consapevolezza di un mistero troppo grande per essere "rinchiuso" in un giuramento... Un figlio di Dio non ha bisogno di chiamare Dio per dare fede a ciò che dice o ciò che fa; il suo agire è orientato dall'ascolto della Parola e questo è più che sufficiente, qusto condiziona il suo agire, il suo parlare. Come diceva San Gregorio Magno: "Ciò che tu sei parla più forte di quello che tu dici".
L'invito di oggi è proprio questo: essere uno stile che fa la differenza, "essere Ambrosius" in questo secolo, prima ancora di essere una voce spazzata dal vento, perché il primo grida più forte del secondo. Invita ad accordare "essere" e "voce", affinché entrambi sgorghino dal cuore come acqua che zampilla.

lunedì 26 febbraio 2018

Non adulterare, come ritorno al cuore.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 5, 27-30
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna».

Un Vangelo che sembra bacchettone e oscurantista ... ma soffiata via la polvere di secoli di catechismo, la brezza dell'Evangelo mostra qualcosa di novo... una lettura diversa.
Se la norma dell'esodo invitava alla fedeltà, il Maestro va oltre al precetto puramente matrimoniale: condanna il voler asservire l'altro al proprio piacere, al proprio uso. Condanna ogni qualvolta l'occhio, non posandosi con amore sulle cose o sulle persone, le desidera per sè, per i propri fini, per il proprio piacere. In quel momento commetto adulterio, etimologicamente, adul­terare: alterare, falsificare, manipolare, immiserire la persona, rubarle il so­gno di Dio, l'immagine di Dio. Ma un cuore federe è un cuore capace di amare, di donarsi all'altro.
Allora, nell'impegno alla fedeltà delle dieci tavole si cela l'arte di amare, l'arte di donarsi all'altro.
Gesù chiede un ritorno al cuore.
Quando un cuore ama, l'occhio non concupisce, non desidera e non brama... ma diventa esso stesso un cuore... capace di vedere; solo quando ciò avverrà allora potrò pregare come il salmo di quest'oggi "viam madatorum tuorum curram, quia dilastasti cor meum".
Un invito velleitario quello di oggi: ritornare al cuore delle cose, delle persone, al mio.

domenica 25 febbraio 2018

Un pozzo dover scoprire l'essere amati

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 4, 5-42
In quel tempo. Il Signore Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Chiostro dei monaci - San Miniato al Monte  (FI)
Un Vangelo quello della mia seconda domenica di Quaresima che presenta tanti spunti...  la polemica del tempio, i discepoli sconcertati che si pre/occupano del cibo ... e poi c'è una donna che esce a mezzogiorno.
L'ora più chiara e luminosa del giorno diventa cupa e buia come la mia notte: non è un caso che una donna, forse una prostituta, esca proprio nell'ora più calda del giorno, quando tutti si fermano per trovare scampo dalla calura... Ella, forse, per non incrociare lo sguardo di nessuno  esce a quell'ora... ignara di incontrare lo sguardo di un Uomo che la ama ... la ama nonostante i molti mariti, nonostante sia samaritana e lui giudeo... la ama proprio perché ne vede la sua umanità, la ama non per possederla ma perché la donna ha sete, e come dice Gregorio Magno "Dio ha sete della nostra sete".
Uno scambio di battute, una richiesta iniziale, quel "dammi da bere", che insospettisce la donna (che sicuramente sa le tecniche d'approccio dei "marpioni" del pozzo...) e poi il discorso sull'acqua che placa ogni sete... Le obiezioni della donna (di mondo) sul come attingere l'acqua senza secchio (come se dicesse, "qui nessuno è fesso, se vuoi combinare parla chiaro") e la risposta del Maestro che condonde anora di più le idee.
Un discorso che forse la Samaritana, ed io con lei, non abbiamo molto capito... l'acqua che il Maestro propone però non è un acqua che placa la sete come una pozione magica; o meglio, la placa perché essa diviene fontana zampillante in me... capace di placare, a sua volta, la sete dell'altro.
Ecco che il pozzo di Samaria divine luogo di incontro... di uomini, di donne, di greggi. Punto di incontro di chi ha sete non solo di acqua ma di amore, di progetti, di sogni, di conoscenza e di vita.
Il pozzo fa scaturire l'acqua ... è una metafora dell'esperienza del cuore: richiede uno scavare, un penetrare in profondità, nel buio... richiede fatica e speranza per trovare quel bene più prezioso che è l'acqua...
Allora il protagonista di questa mia meditatio del vangelo è il pozzo... e quel pozzo posso essere io... Allora in questa seconda domenica di quaresima l'invito è proprio questo... scavare nel mio pozzo, nella  notte (o nel meriggio assolato delle popolazioni desertiche) con la speranza di trovare quell'acqua che zampilla nell'anfratto più profondo del cuore... affinché possa donarlo a quell'Uomo che seduto accanto al pozzo, accanto a me, mi chiede da bere...
Perché da quell'incontro al pozzo si rinasce, come la Samaritana... si ritorna riconciliati: non più paurosi degli sguardi del villaggio ma fieri di essere figli perché amati.
Un percorso quello di questa domenica che mi offre l'opportunità di rivedere me stesso e di ripartire da una nuova partenza ... (facciamo che mettiamo in pausa la quaresima fino a quando ci sono riuscito?)