martedì 28 novembre 2017

Sintonia tra cuore e labbra, per un incontro autentico nella notte.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 15, 1-9
In quel tempo alcuni farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, si avvicinarono al Signore Gesù e gli dissero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani!». Ed egli rispose loro: «E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? / Dio ha detto: “Onora il padre e la madre” e inoltre: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. / Voi invece dite: “Chiunque dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è un’offerta a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre”. Così avete annullato la parola di Dio con la vostra tradizione. / Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: / “Questo popolo mi onora con le labbra, / ma il suo cuore è lontano da me. / Invano essi mi rendono culto, / insegnando dottrine che sono precetti di uomini”».

Il Maestro è solito denunciare questa dicotomia tra legge e cuore.
La legge, valido mezzo per conoscere il volto Dio, diviene una gabbia: una prigione che intrappola il cuore e il suo desiderio di amare senza se e senza ma.  La Parola di Dio diviene osservanza fredda e lontana dal vero volto di Dio. Quando il cuore è duro, di pietra, allora la lingua pronuncia parole, il corpo si muove me entrambi non pregano...
Questo Evangelo quindi mi interroga sul volto di Dio, sulla "mia" legge e sulle mie labbra: esse pregano perché sono voce di un cuore che pulsa o la mia preghiera è un vuoto parolaio? A volte temo sempre più la seconda... ogni qualvolta antepongo un "io" ad un "Tu"... ogni volta che spero nel tuono per non udire il vento gagliardo.
Ecco allora che questo cammino di avvento, conducendomi ad una grotta, mi vuole portare davanti ad un volto di carne, ad un cuore che pulsa, ad una legge che ha compimento nell'amore... 
In questo cammino allora prego che cor (il mio) ad cor (il Tuo) loquitur, come in una sinfonia di sguardi tra due amanti.
Proprio come un affresco in San Miniato al Monte a Firenze ricorda ai monaci che entrano in coro, che davanti a Dio  non bisogna allontanarsi dal cuore: se non è il cuore a pregare la lingua si affatica invano.

domenica 26 novembre 2017

Tre testimoni, tre profezie per diventare come Simeone.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 5, 33-39
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me».
Tre testimonianze per il Regno.
Domenica scorsa, il Battista annunciava che il Regno era vicino, non solo in una ottica temporale, ma anche - e soprattutto - vicino, inteso come presente tra noi.
Oggi, quel vicino trova tre testimonianze... 
Davanti all'incredulità, davanti anche alla mia incredulità o al mio scetticismo ... davanti ad interrogativi quali "sei tu?" oppure "come possiamo capire che sei quello giusto?" che sempre con più insistenza la gente di allora rivolgeva al Maestro e che io stesso rivolgo quotidianamente... Gesù da tre risposte, tre profezie compiute.
Il primo testimone è Giovanni, il Battista, seguito dalla folle, additato come un profeta ma, appena capito che faceva sul serio, considerato pazzo e pericoloso dal potere, tanto da perderci (lui) la testa ... Una lampada che però pochi hanno avuto il coraggio di mettere sul lucerniere...
La seconda profezia è data dalle opere che il Maestro compie: egli mostra il volto di un Padre che attende il figlio prodigo, che come il pastore si carica sulle spalle la pecora più fragile o che guarda negli occhi il suo prossimo e lo ama... ma neppure le opere bastano, per chi non sa vedere e riconoscere, per dare risposte agli interrogativi.
La terza risposta, la terza profezia compiuta, è la Scrittura... come se dicessi a quegli studiosi che scandagliano ogni piega della legge... della Parola, che si interrogano ogni giorno sulla parola... (che magari praticano la lectio con assiduità) che non sono nemmeno in grado di riconoscerne i segni, oggi...
Allora la parola chiave per comprendere il Vangelo di questa III domenica di avvento è PROFEZIA ... il profeta non è colui che prevede in anticipo eventi o fatti ... sarebbe un indovino allora, il profeta è colui che dimorando in Dio è capace di coglie i segni dei tempi, legge la realtà con gli stessi occhi di Dio e quando tutti vedono il dito, il profeta vede la luna anche quando vi è la notte. 
Quando tutti vedono un bambinio che urla nel pianto,  Simeone e Anna riconoscono la gloria di Dio ...
Durante il cammino di avvento, questa tappa al pozzo della domenica... mi invita a bere con avidità questa parola e ad avere il coraggio della profezia... mi invita a leggere la storia, la mia storia, le mie scelte, con la luce che attende di essere accolta, perché davvero possa essere, come per il salmista  "Lampada per i miei passi è la tua parola, / luce sul mio cammino" e possa rallegrarmene, non per un solo istante, ma per tutto il viaggio.

giovedì 23 novembre 2017

Come per Pandora, Tu sei speranza di frutti abbondanti.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 12, 33-37
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai farisei: «Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive. Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato».
La tappa odierna del Vangelo mi invita a fare un tuffo anche nel punto più buio del mio cuore.
Mi vuole mostrare, e mostrandomi mi interroga, il rapporto tra  dentro e fuori: da cosa c'è nel mio cuore dipenderà cosa esce da me, cosa dò all'altro...
Se il mio cuore è arido, non saprò donare ... perché non ho frutti.
Se il mio cuore è "ingordo", non saprò offrire ... perché avrò sempre più fame e la mia fame insaziabile divorerà anche ciò che è dell'altro.
Se il mio cuore è gonfio d'amore, allora saprò offrire i miei frutti... saprò condividere quel poco che diventerà molto...
Da un cuore  puro, senza malizia, non potranno uscire cattiverie, veleni e complotti...come quelli dei farisei che seguivano il Maestro ma in segreto concordavano come ucciderlo.
Un albero buono, che affonda le radici nella Parola Incarnata, nel Maestro, non potrà portare cattivi frutti...
Questo Vangelo allora mi dice che, forse, sei tuo quel "concime" capace di rendere un albero ricco di frutti buoni...
Questo Vangelo allora riempie il cammino di speranza... perché come nel mito greco di Pandora, aperto il vaso ed usciti i mali del mondo, ultima, sul fondo, ad uscire fu proprio la speranza... Tu oggi sei quella speranza nella quale affondare e mettere radici.

lunedì 20 novembre 2017

"Est modus in rebus" ... l'eccesso dell'Amore.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 11, 16-24
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: / “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, / abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”.
È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».
Il Vangelo di questi giorni d'avvento risplende di inviti: inviti ad un cammino, invito a cambiare modi di pesca, a sgretolare cuori di pietra... oggi invita a riconoscere il tempo.
Si rivolge a me e a chi vede negli eccessi qualcosa che storpia: la radicalità di Giovanni viene scambiata per "follia" mentre l'incontro del Maestro con gli altri viene visto come "prodigalità"...
Nessuno ha saputo riconoscere il momento opportuno: quello di preparasi al banchetto di gioia (con il Battista) e quello della gioia del banchetto (il Maestro che siede a tavola).
Allora questo Vangelo tra le righe mi chiede di riconoscere la presenza del Maestro nella vita, di gioire di questo incontro sia che esso avvenga a tavola, in una mano che terge le lacrime o un amico che con la sua presenza scalda il cuore e "fa tirare le guance dal tanto riso"... 
Mi chiede se riesco a vedere gli eccessi nell'Amore e accettarli, perché è vero che come dice Orazio, "est modus in rebus", ma nell'amore questa misura è nell'eccesso... Chi ama non misura i gesti o le parole con il bilancino... dà tutto.  
Gesù, con garbo, vuole scuotere chi non si lascia toccare da nulla e si aggrappa nelle proprie sicurezze, chi pensa di stare nel giusto perché aggrappato a riti e credenze... oggi il Maestro con la sua grazia vuole svegliarmi da questo torpore... "rimprovera" quelle città dove i gesti d'amore che egli ha compiuto sono accaduti senza generare nell'uomo cambiamento alcuno, egli rimprovera oggi perché siamo ciechi nel vedere, anche nelle piccolezze, la presenza del regno... egli scuote perché  "chinandosi" su di me ama e chi ama è come "L'idiota" di Dostojesky ... dove quell'aggettivo un po' (tanto) dispregiativo andrebbe correttamente tradotto con "folle": l'idiota di Dostojesky altro non è che il folle di Dio. Questo Vangelo sembra invitarmi alla follia dell'amore... sembra chiedermi se io sono capace, udito il flauto, di unirmi alla danza.

domenica 19 novembre 2017

Attendere l'Atteso che attende l'Uomo, figli d'Abramo con un cuore di carne.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 3, 1-12
In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: / Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

"In quei giorni" - oggi - come allora viene Giovanni e predica nel deserto: l'incipit al presente di questo Vangelo permette di coglierne la portata immensa.
Il deserto  è il luogo privilegiato per incontrare Dio (Mosè, i profeti, Antonio del deserto) ma anche i demoni che attanagliano l'anima... E' il luogo, dove privato di tutto, lasciato passare i demoni dell'anima, i falsi miti e i miraggi... rimango solo con me stesso, capace di percepire la voce del cuore... è un luogo difficile che spaventa con il suo silenzio che sempre più spesso cerco di riempire con un bla bla continuo... E' il luogo come  ricorda il profeta Osea 

Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.

Solo in questo deserto, che non è solitudine sterile ma una solitudine che porta frutto... posso comprendere che il "regno di Dio è vicino"... vicino, non in una logica temporale o di eskaton (di fine del mondo)... ma vicino a me, nel mio quotidiano. Giovanni invita a spalancare i cuori e gli occhi per vedere come il Regno sia vicino a me... chiede solo una conversione (etimologicamente, una trasformazione, un mutamento) del cuore.
Non è la geneaologia abramitica che salva o che rende figli, se così fosse anche delle semplici pietre possono diventarlo al solo volere del Padre... Non è nemmeno il culto ciò che salva, come ammonisce ai farisei e ai sadducei. Ciò che salva è sapere accogliere quello spirito di fuoco che converte, che tramuta pietre in figli di Dio, che trasforma un cuore di pietra in un cuore di carne: vivo, che palpita e capace di amare.
Tra tanti volti anonimi, oggi, quello del Battista mi indica un volto autentico, quello dell'Atteso, per un avvento a due sensi di marcia: avvento dunque perché cammino verso il Maestro, ma anche perché egli mi corre incontro e attende di essere accolto nel mio cuore. All'amore che tarda e inciampa in questo cammino di avvento, c'è sempre l'amore paziente di Dio che attende.

giovedì 16 novembre 2017

Otri nuovi per un vino d'Amore che scalda il cuore.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 9, 16-17
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli di Giovanni: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Un vangelo che nella sua piccolezza sembra dire tanto ...
Già l'attacco, "in quel tempo" ... sembra voler dire non solo "allora" quando il Maestro passeggiava tre le strade di Galilea, ma anche "Oggi".
Quando le reti sembrano non pescare più o sono rotte (come ci ricorda il Vangelo di Lunedì) l'incontro con il Maestro cambia le prospettive...
L'incontro, oggi, nel mio quotidiano, con il Regno, invita a cambiare: l'uomo vecchio, il vestito vecchio, le reti vecchie mal si conciliano con la ventata di freschezza che porta l'annuncio... Non posso prendere un pezzo (un tot al metro) per rattoppare ciò che è vecchio... come ci dice il Vangelo, si romperebbero vestito e otri...
Accogliere il Regno vuol dire questo, investire in otri nuovi per raccogliere quel vino nuovo... indossare un vestito nuovo di luce..
Vuol dire lasciare morire l'uomo vecchio per lasciar spazio a quello nuovo...
Il vangelo di oggi mi chiede, in questo cammino di avvento, di diventare otre nuovo per accogliere Cristo, mi chiede di accogliere quel vino, bevanda di salvezza, di berne a sazietà, lasciando che poco a poco il mio cuore di pietra si sgretoli come un otre vecchio per lasciar spazio a quel cuore di carne, capace di amare, capace di misericordia, capace di perdono...
In questo cammino di avvento, dove il cuore cerca l'Atteso, non manchi mai, nella fatica del viaggio e nella gioia del mio desco, quel vino che nel mistero dell'ultima cena - come cantano a Bose -  scalda il cuore ed simbolo dell'Amore e di  Te Altissimo.

martedì 14 novembre 2017

Una casa sulla roccia per un incontro d'amore

Lettura del Vangelo secondo Matteo 7, 21-29
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
In questo secondo giorno di avvento, il Maestro usa una metafora chiara...cosa dice a me?
Due messaggi si svelano tra le righe e l'uno è la conseguenza del primo.
Cosa mi allontana e allontanerà definitivamente dal Maestro? il "millantato credito" direbbe un giurista: l'aver speso il suo nome solo sulle labbra e non con il cuore.
Una bella iscrizione, in latino, a San Miniato ricorda che "Quando siete difronte a Dio non allontanatevi dal vostro cuore: se non è il cuore a pregare la lingua si affatica invano".
Non è la pratica religiosa, le ore minori e maggiori recitate, le devozioni che mi avvicinano al mistero... o meglio possono essere uno strumento ma se queste non "convertono" il cuore allora è un esercizio vano...  in questo cammino d'avvento il signore mi invita ad accettare la sfida (il Vangelo di ieri) e oggi inizia a "spiegarmi" il programma di cammino... Mi invita a liberarmi dalla legge, che imprigiona, che pronuncia il nome del Signore a vuoto, per guardare il mondo con gli occhi del cuore: è l'amore ciò che farà la differenza tra il "millantato credito" e la coerenza di una vita che ha come manuale di istruzioni il Vangelo.
Si apre uno squarcio, già da ora, su cosa sia l'amore nella chiave del Vangelo... sicuramente è ciò che ci rende pienamente figli del cielo, figli del Padre.
Allora chi ama è come colui che costruisce la casa sulla roccia. Solo se le mie fondamenta affondano in Te, la mia casa sarà come quella costruita sulla roccia... sarà per me un luogo sicuro, un luogo dove trovare rifugio, non vi sarà nulla, nella storia, che potrà mettere in difficoltà la mia esistenza.
Il maestro ci dice che l'abbracciare il Vangelo, fare la volontà del Padre, non ci esenta dalle tempeste della vita, dai mali, dalle malattie, dai lutti, essi ci saranno sempre, cambia il modo di attraversarle: se la radici del cuore affondano in Te, le fondamenta della  mia casa, allora attraverserò ogni momento di prova come se stessi attraversando il deserto: perché, nella Bibbia, il deserto e le lotte consumatasi in quel luogo, diventano un momento di passaggio che hanno condotto sempre ad una piena conoscenza di Te. 

lunedì 13 novembre 2017

Mendicanti che attendono una luce nella notte.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 4, 18-25
In quel tempo. Mentre il Signore Gesù camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Ad inzio di Avvento la liturgia propone un incontro: quello dei discepoli con il Maestro. Anche questo periodo di attesa terminerà con un incontro, quello dell'Atteso, che avrà il suono di un vagito nella notte di Natale...
Il Maestro entra nella vita dei primi discepoli proponendo loro non cose grandiosi (non promette di renderli sommi sacerdoti, dotti, condottieri...) ma propone loro ciò che sanno già fare: ai pescatori di Galilea propone di diventare pescatori di Uomini.
Il Maestro chiama, mi chiama, a partire da quello che so già fare, entra nella mia vita rendendo nuove, cose e modi vecchi.
Ecco che questi uomini lasciano le loro reti: nel Vangelo le reti sono le mie capacità, il mio modo di essere per pescare nella vita... a volte sono logore o rotte, altre magari inadeguate ma mi ostino a volerle usare, come se un montanaro pensasse di scalare la montagna con le pinne e il boccaglio, egli ruzzolerebbe rovinosamente.
Proprio allora, il Maestro chiama... quando mi ritrovo stanco, affamato, con la rete che non pesca come vorrei ... chiama per indicarmi un nuovo modo di pescare nel mare della vita.
I discepoli forse hanno fatto questa esperienza, di fame, di insoddisfazione ecco perché lasciano le reti senza pensarci, accettano la sfida dell'ignoto.
Il Maestro non va da chi pensa di essere soddisfatto... da Zaccheo a Natanele, da Pietro all'ultimo discepolo ... il Maestro provoca, con la forza di un pugno nello stomaco ma la dolcezza di una carezza, chi è inquieto... chi cerca, chi vuole capire..
In Giovanni 21, apparirà ai diescpoli ancora un volta stanchi, sfiduciati.. tentati di tornare alle loro vite di sempre, ad anche allora... invita a gettare le reti anche dopo una pesca rovinosa.
E' proprio quando la reti non pescano, che il Maestro scende sulle rive dalla mia vita e mi chiama a fare nuove la cose vecchie... ad avere il coraggio di lasciare le mie reti vecchie per prendere di nuove.
Quando morde la fame di un incontro... quando mi rendo conto che c'è dell'altro che sfugge alla mia logicità, quando sono mendicante di un incontro, di un cuore ... ecco il sussurro lieve, perché, nell'ottica del Regno, il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo, come ci ricorda don Luigi Giussani.
Il Vangelo di oggi mi invita, in questo cammino d'avvento, ad essere mendicante perché solo così la mia voce, nella notte di natale, potrà esplodere in quel "gloria in excelsis Deo" non come voce corale ma davvero come voce orante in una notte di luce.

venerdì 10 novembre 2017

Un bicchiere come ponte tra la terra e il cielo.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 25, 31-46
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, sederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Cappella degli Scrovegni, il Giudizio universale (Giotto)
Un discorso quello di Gesù che invita a porre attenzione a cosa ci separerà dall'Amore di Cristo quando saremo davanti a Lui...
Si scopre che ciò che ci separerà definitivamente dall'Amore di Cristo, ci dice il Maestro, è qualcosa che già qui e ora (hic et nuc, direbbero i giuristi) ci separa da Lui: sono io stesso che, giorno dopo giorno, scavo qual solco che mi allontana da Lui... un solco che, davanti a Lui, sarà incolmabile... Perché il Maestro non condanna, egli è il buon pastore che separa le pecore (animale, umile, docile che facilmente si fa condurre, metafora di chi accoglie gli insegnamenti del Maestro e il Regno nella sua quotidianità) e le capre (animale più "cocciuto", testardo, difficile da condurre al pascolo, metafora di chi ascolta gli insegnamenti ma li rifugge)...
Il criterio usato non è un criterio "esagerato" ... non è l'aver riconosciuto il volto di Cristo nel volto dell'uomo, un esercizio quasi impossibile; ma è un criterio molto più semplice,  è l'aver riconosciuto nel volto di ogni uomo il volto di Cristo.
Riconosco, con sorpresa, il volto di Cristo nel mio fratello, non compiendo gesti eclatanti o sensazionalistici... ma lo riconosco, a mia insaputa, offrendo un sorriso, un braccio teso, un banalissimo bicchiere d'acqua.
Ciò che farà la differenza, ciò che colmerà il solco che mi separa da Te sarà un banalissimo bicchiere d'acqua..
Allora anche un bicchiere d'acqua saprà diventare un ponte d'amore tra la terra e il cielo, perché il cuore si è fatto pupilla, perché alla sera della vita saremo giudicati sull'Amore.
Un Vangelo che picchia forte, quello di oggi, come un pugno nello stomaco ... perché, in prossimità dell'avvento, dell'Atteso, domanda se nella piccolezza di un gesto ho saputo riconoscere nel volto dell'altro, il Tuo.

giovedì 9 novembre 2017

Pietre vive per una voce che nasce voce dal cuore.

Gv 4,19-24
In quel tempo. La donna Samaritana disse a Gesù: “Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. Gesù le dice: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”.
Dopo i Vangeli dei giorni scorsi, la liturgia ci invita a meditare sul vangelo (un frammento del lungo Vangelo) della Samaritana.
Un Vangelo che prende avvio da una antica domanda, già presente nel cuore di Salomone:

Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?

Una domanda che trova risposta e compimento nella parole del Maestro, nella parte conclusiva del Vangelo odierno:

è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo,  [...] i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; 

Come sempre il Maestro capovolge le prospettive, le supera, le dilata fino a far scomparire le maglie strette della legge o i muri possenti dei tempi.
Già, non è nel tempio di pietra che si incontra o si adora il Padre, ma in un edificio fatto di spirito e verità, un edificio vivo, dove il culto è la voce che sorge dal cuore di figlio.
Questo Vangelo allora mi interroga sul significato profondo del "mio" culto...  mi invita a sedermi al pozzo, come la donna di Samaria, mendicante d'acqua e per tornare alla mia vita ricco di cielo perché consapevole di essere figlio in spirito e in verità

martedì 7 novembre 2017

Un servo come esempio di sapidità della vita

Lettura del Vangelo secondo Matteo 24, 45-51
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Sempre più vicini all'avvento, la liturgia inviata ancora una volta a sostare sulla vigilanza... un cuore che, vigilando, attende l'Atteso che abita la Storia e la mia storia.
Il Maestro propone un esempio quello del servo.
Occorre essere vigilanti, aspettando il Signore che può arrivare da un momento all’altro, senza preavviso. 
Il Regno viene nella nostra vita, nella nostra quotidianità: come per il servo dell'Evangelo, mentre siamo presi nel nostro compito... e sarà su questo che saremo giudicati al tramonto della vita.
Due modi diversi di vivere i compiti affidati: con sapienza o con malvagità.
Il servo fedele è colui che  opera con coscienza e impegno, perché il Signore, che gli ha affidato la casa e gli altri servi, conta sul suo lavoro; il servo fedele opera con sapienza perché capace di dare sapidità a ciò che fà, a chi incontra  e a chi gli viene affidato.
Il servo malvagio è colui che, agendo, vuole trovare un proprio profitto... (potere, supremazia, prestigio... ).
In questo momento di attesa che si apre davanti a me, rendimi servo in-utile, senza profitto alcuno per me, capace di riconoscere il sapore delle cose e delle persone e capace di dare sapidità alla vita.

lunedì 6 novembre 2017

Vigilare per essere figli

Lettura del Vangelo secondo Matteo 24, 42-44

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Un invito alla vigilanza, quello del Maestro... vigilanza per cogliere i  segni del Regno tra noi, nel mio cuore.
Già, perché il Regno non arriva con proclami, con angeli che suonano la tuba o carri di fuco, arriva nella mia vita nelle piccole cose... Il sorriso di un bimbo, la domanda che spiazza, un gesto semplice, come un bicchiere d'acqua che passa inosservato ai più ma non a quel cuore capace di farsi pupilla...
Una vigilanza e attenzione volte a cogliere il sussurro di quel Maestro che passa nei nostri paesi, siede alla nostra tavole... chi/ama, si china, guarda negli occhi...
Un invito, oggi quello del Maestro, a scorgere con intelletto, dal latino intus-legere, leggere dall'interno delle cose (leggere dal di dentro, leggere dal cuore) la presenza del Regno nella mia vita per essere piegamente figlio del cielo.

domenica 5 novembre 2017

Una regalità rovesciata, un vagito che cerca l'Umanità

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 18, 33c-37
In quel tempo. Pilato disse al Signore Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
croce bizantina con Cristo in trono
Oggi per noi ambrosiani si chiude l'anno liturgico e con domenica prossima si entra nell'avvento.
Una festa, quella di Cristo Re dell'universo, istituita quando l'Europa era sconvolta dal secondo conflitto bellico... quando tutto si capovolge e si riconoscono nel potere, nel dominio, nella purezza della razza o di una qualsivoglia ideologia gli unici motivi di regalità, la lungimiranza della chiesa addita ad un solo Re, della storia, dell'universo del cuore: il Maestro Gesù.
Nel Vangelo di oggi due re si confrontano: Pilato, che rappresenta il potere e Cristo, inerme, legato e sottoposto al giudizio del primo.
Due regalità diverse.
La prima, quella di Pilato, che è riflesso di un'ombra terrena, quella dell'imperatore...una regalità che può dare la morte.
Dall'altra, quella di Cristo, che proprio nel momento più buio viene riconosciuto "Re"... verrà rivestito di porpora, incoronato di spine e gli viene offerta una canna come scettro mentre tutti lo riveriscono con scherno; ora egli è solo davanti a Pilato, tradito, abbandonato, rinnegato anche da Pietro, ma proprio nel momento più buio egli viene riconosciuto come Re, un Re della vita...
Una regalità rovesciata per il mondo, ma che alcuni crocifissi bizantini rappresentano con il Cristo sulla croce vestito con le insegne regali e con la corona splendente al posto di quella di spine, perché è nel "mistero" della croce, che è scandalo, che vi è la regalità di Cristo: un Re della vita, un Re d'amore.
Celebrare oggi la festa di Cristo Re mi interroga, con decisione: Cristo Re ma di cosa? lo è della mia vita e del mio cuore? 
Una domanda che ora ricerca una risposta nel silenzio dell'avvento, nel sussurro lieve dell'Atteso, nel vagito di un bimbo di luce.