giovedì 21 dicembre 2017

Il Silenzio dell'uomo per cantare la lode di Dio.

Lettura del Vangelo secondo Luca 1, 57-66
In quel tempo. Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

Siamo sempre nella casa di Zaccaria... ieri lo Spirito Santo fa danzare le madri, oggi fa cantare Zaccaria...
Il primo miracolo della nascita di Cristo è il silenzio di Zaccaria...
Un ascolto forzato della parola di Dio a chi non crede alla parola dell'Arcangelo...
Un ascolto nel silenzio, come a ruminare istante dopo istante quell'annuncio a detta di molti e dello stesso Zaccaria quasi impossibile.
Un silenzio che si infrange quando Zaccaria accetta i piani di Dio e accondiscende alla scelta del nome di Giovanni.
Ecco che il silenzio forzato imposto da Dio produce i suoi risultati: Zaccaria pieno di Spirito Santo si lancia in quel cantico, il Benedictus, con il quale, anch'egli come Maria, vede la storia con gli occhi di Dio... comprende il progetto di Dio.
Il silenzio, questo sconosciuto ... quante volte cerco di riempire il silenzio con un vociare continuo come a voler tacitare il sussurro della Parola... Un silenzio che obbliga a tendere l'orecchio e a tuffarsi nell'immensità...  Silenzio che porta alla culla di Betlemme perché permette di riconoscere i canti dei cori angelici... Il silenzio che come ricorda San Giovanni della Croce:

Il silenzio è fede:
Quando taci perché è Lui che agisce
Quando rinunci alle voce del mondo per stare alla Sua presenza
Quando non cerchi comprensione perché ti basta essere conosciuto da Lui.

Silenzio che conduce a riconoscere l'Accolto e a vivere il mistero dell'Incarnazione nella mia quotidianità, perchè Natale non è il compleanno di qualcuno ma il mistero che prende dimora nella mia vita.

mercoledì 20 dicembre 2017

Un sussulto di danza per riconscere la luce.

Lettura del Vangelo secondo Luca 1, 39-46
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». / Allora Maria disse: / «L’anima mia magnifica il Signore».
Una donna si mette in viaggio, sfida le distanze, sfida le intemperie, sfida i pericoli che la strada metta davanti per andare a vedere la vecchia cugina Elisabetta che aspetta un bimbo...
Si mette in viaggio verso la regione montuosa e pericolosa... perché?
Maria riceve l'annunzio della sua gravidanza di luce e si mette in viaggio per raggiungere la cugina... il cui marito, Zaccaria, è stato tacitato dall'Angelo ...
Si mette in viaggio in fretta ... Vuole Maria verificare le parole dell'Angelo? Vuole trovare l'abbraccio di chi condivide la gioia di toccare il mistero? Non lo sappiamo... sappiamo che andò di fretta.
Quello che conta è la fretta... quando si corre per la frenesia di preparare la festa e corriamo il rischio di allontanare il festeggiato, Maria ci ricorda di correre alla festa a perdifiato... in fretta senza attardarci per incontrare il festeggiato.
Una donna non ancora sposata e incinta, una donna sterile e incinta e un sacerdote azzittito da Dio: chissà che trambusto in quella casa...chissà quanti sussurri per le vie buie del villaggio le mezze parole sussurrate senza farsi sentire...
Eppure succede qualcosa...
In quel trambusto il saluto di Maria genera una brezza leggera...
I pancioni danzano nella luce, sussultano di gioia, soffia il vento dello spirito ...
Tre sono le tappe che il peregrinare di Maria mi insegna:
Andare ...entrare nelle case, nelle vita gravidi di Vita come Maria,
Benedire ... come Elisabetta, contagiata dalla Spirito... la Luce cambia, la Luce porta benedizioni, non si chiude ma abbraccia,
Aprirsi al cielo ... come Maria che intona il canto del Magnificat, Ella si è aperta al cielo e riesce a vedere la storia con gli occhi di Dio.
Un cammino impegnativo quello di oggi, verso questa culla che mi aspetta.
Un Vangelo che mi mostra come il cammino, seppur impegnativo, mi venga incontro.

domenica 17 dicembre 2017

Come? Domande davanti alla culla

Lettura del Vangelo secondo Luca 1, 26-38a
In quel tempo. L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola»
Annunciazione  - Lippi
 La Parola attira la mia attenzione in due punti...
Il primo, l'angelo viene mandato fuori dal tempio... mentre in questo cammino d'avvento ci si avvicina alla culla, la parola mi suggerisce di porre attenzione a questo Dio che viene e che cerca l'uomo. Egli non si rivela nel profumo del Tempio, ma nella casa di una donna... Lascia i recinti sacri per "sporcarsi" con me, i miei limiti, il mio peccato...
Un Dio che cerca, come allora, il cuore dell'Uomo per abitarlo, come fece con Maria... 
Cerca uomini e donne che accolgano il progetto che Egli ha per ciascuno.
Allora, davanti a questa immensità che accorcia il respiro, Maria ci indica come porci davanti al mistero.
Come mi ricordava un monaco benedettino, Maria non si lascia a mille idee, ma guarda al sodo.... pone un domanda "tecnica":

Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?

Davanti al mistero Maria ci invita ad essere concreti ... davanti al progetto di Dio non ci resta che dire, come Lei, "come avverrà?" e lasciare sia Lui a donare la luce per compiere il primo passo.
Una luce che ridimensiona il nostro voler essere... come Maria, donna dai mille titoli, donna chiamata in mille modi dagli evangelisti (Vergine, Piena di grazia, Benedetta tra tutte le donne,) e dai padri della Chiesa , che però ella si attribuisce un solo aggettivo "serva/schiava".
Costa davvero caro, anche a me, dire come Maria: "avvenga per me secondo la tua parola", costa caro rivoluzionare i miei piani per far spazio a quelli di Dio.
Questa culla vuota che attende l'atteso (come la liturgia ambrosiana chiama questi giorni pre-natalizi)  significa anche questo, un Dio che facendosi bambino entra nella storia dell'uomo per abitare i cuori degli uomini... che bussa, come nel presepe, alle porte della case per trovare dimora.

venerdì 15 dicembre 2017

Guai a me, se la culla non mi interrogasse

Lettura del Vangelo secondo Matteo 23, 13-26
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva agli scribi ed ai farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».

Più si avvicina il Natale, più la Parola preme sull'acceleratore... il Maestro oggi ci invita ad arrivare all'incontro privi dai macigni.
Ogni qualvolta le prescrizioni della legge e del culto diventano norme cieche, si leva il grido "Guai a voi" ... 
Il Maestro smaschera quell'atteggiamento di chi pretende di comprendere Dio facendo delle prescrizioni la strada maestra...
Applicare la legge senza le lenti del cuore, diventa motivo di esclusione dell'altro...
Fare proseliti per la schiavitù della legge e non per la libertà che l'amore porta con sé... diventa esclusione dall'amore di Dio.
Giurare sull'oro vuol dire sostituire il Dio della vita, dell'amore con altri idoli.
Pagare tutte le decime ma chiudere il cuore alla giustizia, alla misericordia, alla fedeltà... in poche parole all'Amore, può portare lontano, ma di certo non conduce alla mangiatoia che è ricolma di gratuità, amore, libertà...
Questo Parola si lega al volto del mendicante che qualche giorno fa alle macchinette delle metro vedendo che non prendeva le monete per il biglietto si è offerto di cambiarmele: un gesto che ho pensato dettato da un secondo fine (strapparmi una piccola offerta) ma che ha mostrato la durezza del mio cuore.
Un invito sferzante a interrogarmi su questa culla che vuota attende qualcuno... che invita ad andare a fondo nel binomio legge (prescrizioni, pratiche) e amore ... un cammino di "superstizione" e norme e prescrizioni, o un cammino che cambiando il cuore, lo abita e lo scalda?
Due braccia spalancate attendono la mia risposta... e pazientemente amano l'uomo.

lunedì 4 dicembre 2017

Una sguardo che ama e amando interroga nella luce di Natale.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 19, 16-22
In quel tempo. Un tale si avvicinò e disse al Signore Gesù: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?». Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!». Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Un Vangelo che punta in alto ...
Davanti all'osservanza della Legge, il Maestro pone una via diversa... 
Quando il mio sguardo incontra il Tuo, questo Vangelo mi domanda se c'è il lieto fine... se il suo tuffarsi nel mio cuore basta per volare alto...
Allora la domanda che nasce, con tutta la sua dirompenza, è volta a capire cosa il Maestro chiede alla mia vita.
Come se davanti al mio bel contrattino preparato con tutte le clausole, con tutti i paragrafi il Maestro con la sua domanda mi mostra il suo contrattino ... e mi dice se sono pronto a firmarlo. Non un contratto basato sulla logica giuridica del do ut des... ma quella logica del dare per amore, senza pretendere di ricevere in cambio: Natale è anche questo, un Dio che dà tutto ciò che ha di più prezioso, il figlio, per amore dell'uomo. 
Il Maestro domanda se sono pronto a lasciare le mie schiavitù per aprimi agli altri... dice se ho la voglia di "innamorarmi" della sua persona...
Il Maestro rivolge questa domanda... con lo sguardo di colui che ama perché legge nel cuore e non perché vede le mie ricchezze secondo la logica del mondo.
Una domanda che apre ad un volo verso l'infinito o verso la tristezza, una tristezza che sia foriera di cambiamento.
Una tristezza che sia come la fame mordente per cercare ancora quello sguardo che ama... il Tuo sguardo, lo sguardo di un bimbo che unisce il cielo alla terra e con quelle mani aperte interroga la mia vita.

domenica 3 dicembre 2017

Un asino come trono per il re della mitezza.

Lettura del Vangelo secondo Marco 11, 1-11
In quel tempo. Quando furono vicini a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, il Signore Gesù mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito, entrando in esso, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è ancora salito. Slegatelo e portatelo qui. E se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Andarono e trovarono un puledro legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo slegarono. Alcuni dei presenti dissero loro: «Perché slegate questo puledro?». Ed essi risposero loro come aveva detto Gesù. E li lasciarono fare. Portarono il puledro da Gesù, vi gettarono sopra i loro mantelli ed egli vi salì sopra. Molti stendevano i propri mantelli sulla strada, altri invece delle fronde, tagliate nei campi. Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! / Benedetto colui che viene nel nome del Signore! / Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! / Osanna nel più alto dei cieli!».
Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
Giotto, Ingresso a Gerusalmme di Cristo.
 Nella domenica IV di avvento, quella dell'ingresso del Signore in Gerusalemme, la liturgia ci pone davanti alla stessa pagina che viene letta nella domenica delle palme: occorre guardare a questa pagina "viva e vivificante" in questo cammino a tappe nella notte.
"Andate nel villaggio di fronte... troverete un puledro ... slegatelo ... "
Pochi verbi, ma che dovrebbero cambiare il mio cammino d'avvento, come una brusca inversione a "U" ...
Quell'andare nel villaggio di fronte... quante volte sto saccentemente ancorato nella mia torre di sapere e non mi schiodo... il villaggio di fronte è la porta sul pianerottolo, è lo sconosciuto che incontro, è la stanza più buia del mio cuore... e sono spesso i viaggi più lunghi e difficili da compiere.
Il Maestro manda proprio là... con un compito preciso: slega il somarello che, ignaro, non sa cosa lo aspetta. Il Maestro viene per slegare la mia rigidità, i miei "nodi"... la mia durezza...
Mentre si avvicina sempre più la notte di luce, quella che illumina le tenebre, il Messia mi dice, oggi, che è venuto a slegarmi dalle mie paure, dalle mie "ideologie", dai miei falsi idoli, è venuto a convertire i sogni di chi continua a sperare in un Dio che entra con uno stallone, di chi continua a cercare un Maestro della forza e della potenza.
No, il Maestro sceglie come trono per il suo ingresso un asino... ed è proprio indicativo che l'unica cosa che Dio chiede per entrare nella storia, nella mia storia, è un asino... lui che è il creatore di tutto.
Ecco un Dio che si manifesta nella creatura più debole: un bambino.
Ecco un Dio che cavalca la debolezza: cavalca la mia debolezza, perché anche la matita più storta, più consumata nelle Tue mani realizza capolavori...
Insegnami, allora, a riconoscere il volto di questo Dio umile,  insegnami ad essere un po' più spesso ciuchino ma senza comprendere chi sto portando sul dorso, altrimenti mi trasformerei in uno stallone di razza e perdere di vista la Tua mitezza...
Perché mite non è il debole, mite è colui che rimane saldo nel suo essere, sino a donare la vita... come il vangelo di oggi sembra suggerire: un Re mite, che sceglie un somaro come trono e che in nome dell'Amore resta fedele fino a dare la sua vita... ecco chi sto aspettando, ecco chi mi viene incontro, ecco chi mi chiede di scendere dalla mia torre e mi chiede di osare, osare un mondo, il mio lavoro, la mia vita basati sul trono della mansuetudine.

venerdì 1 dicembre 2017

Discernere i tempi per riconoscere la luce del cielo in un bimbo, in un ciuchino, nel mio quotidiano.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 17, 10-13
In quel tempo. I discepoli domandarono al Signore Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista

Riconoscere i segni dei tempi, riconoscere il tempo dell'nuc... riconoscere i palpiti del cuore: un Vangelo così breve ma pieno d'ossigeno.
Quanto sono simile a quegli scribi di evangelica memoria, che conoscono le scritture, che le studiano, che conoscono ogni singolo anfratto della Parola, essi sanno che Elia, il profeta, farà ritorno, ma non sono capaci di riconoscerlo in Giovanni Battista...anzi, lo mettono a morte.
Quanto sono simile a loro... incapace di riconoscere che già oggi il Regno è qui,m nel mio quotidiano.
In questo cammino a tappe, che mi porta verso le braccia di un bambino, la Parola mi invita a cogliere i segni dei tempi... mi invita a riconoscere la presenza del Regno qui ed ora...
Mi rincuora pesare che persino i discepoli sono un filo miopi: alle parole del Maestro che annuncia la sua morte, vedono frantumarsi le loro speranze di un Messia condottiero che a cavallo e con un esercito libera Israele. I loro sogni si scontrano con la realtà del Maestro, come il Vangelo di Domenica ci mostrerà: un Messia  che entra in città a dorso di un ciuchino ...
L'invito di oggi è di guardarmi dall'essere come i Farisei e gli Scribi, ancorato alla Parola ma miope, per riuscire a vedere con il cuore, perché l'essenziale è invisibile agli occhi, solo allora saprò riconoscere in un bimbo la luce del cielo.

martedì 28 novembre 2017

Sintonia tra cuore e labbra, per un incontro autentico nella notte.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 15, 1-9
In quel tempo alcuni farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, si avvicinarono al Signore Gesù e gli dissero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani!». Ed egli rispose loro: «E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? / Dio ha detto: “Onora il padre e la madre” e inoltre: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. / Voi invece dite: “Chiunque dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è un’offerta a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre”. Così avete annullato la parola di Dio con la vostra tradizione. / Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: / “Questo popolo mi onora con le labbra, / ma il suo cuore è lontano da me. / Invano essi mi rendono culto, / insegnando dottrine che sono precetti di uomini”».

Il Maestro è solito denunciare questa dicotomia tra legge e cuore.
La legge, valido mezzo per conoscere il volto Dio, diviene una gabbia: una prigione che intrappola il cuore e il suo desiderio di amare senza se e senza ma.  La Parola di Dio diviene osservanza fredda e lontana dal vero volto di Dio. Quando il cuore è duro, di pietra, allora la lingua pronuncia parole, il corpo si muove me entrambi non pregano...
Questo Evangelo quindi mi interroga sul volto di Dio, sulla "mia" legge e sulle mie labbra: esse pregano perché sono voce di un cuore che pulsa o la mia preghiera è un vuoto parolaio? A volte temo sempre più la seconda... ogni qualvolta antepongo un "io" ad un "Tu"... ogni volta che spero nel tuono per non udire il vento gagliardo.
Ecco allora che questo cammino di avvento, conducendomi ad una grotta, mi vuole portare davanti ad un volto di carne, ad un cuore che pulsa, ad una legge che ha compimento nell'amore... 
In questo cammino allora prego che cor (il mio) ad cor (il Tuo) loquitur, come in una sinfonia di sguardi tra due amanti.
Proprio come un affresco in San Miniato al Monte a Firenze ricorda ai monaci che entrano in coro, che davanti a Dio  non bisogna allontanarsi dal cuore: se non è il cuore a pregare la lingua si affatica invano.

domenica 26 novembre 2017

Tre testimoni, tre profezie per diventare come Simeone.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 5, 33-39
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me».
Tre testimonianze per il Regno.
Domenica scorsa, il Battista annunciava che il Regno era vicino, non solo in una ottica temporale, ma anche - e soprattutto - vicino, inteso come presente tra noi.
Oggi, quel vicino trova tre testimonianze... 
Davanti all'incredulità, davanti anche alla mia incredulità o al mio scetticismo ... davanti ad interrogativi quali "sei tu?" oppure "come possiamo capire che sei quello giusto?" che sempre con più insistenza la gente di allora rivolgeva al Maestro e che io stesso rivolgo quotidianamente... Gesù da tre risposte, tre profezie compiute.
Il primo testimone è Giovanni, il Battista, seguito dalla folle, additato come un profeta ma, appena capito che faceva sul serio, considerato pazzo e pericoloso dal potere, tanto da perderci (lui) la testa ... Una lampada che però pochi hanno avuto il coraggio di mettere sul lucerniere...
La seconda profezia è data dalle opere che il Maestro compie: egli mostra il volto di un Padre che attende il figlio prodigo, che come il pastore si carica sulle spalle la pecora più fragile o che guarda negli occhi il suo prossimo e lo ama... ma neppure le opere bastano, per chi non sa vedere e riconoscere, per dare risposte agli interrogativi.
La terza risposta, la terza profezia compiuta, è la Scrittura... come se dicessi a quegli studiosi che scandagliano ogni piega della legge... della Parola, che si interrogano ogni giorno sulla parola... (che magari praticano la lectio con assiduità) che non sono nemmeno in grado di riconoscerne i segni, oggi...
Allora la parola chiave per comprendere il Vangelo di questa III domenica di avvento è PROFEZIA ... il profeta non è colui che prevede in anticipo eventi o fatti ... sarebbe un indovino allora, il profeta è colui che dimorando in Dio è capace di coglie i segni dei tempi, legge la realtà con gli stessi occhi di Dio e quando tutti vedono il dito, il profeta vede la luna anche quando vi è la notte. 
Quando tutti vedono un bambinio che urla nel pianto,  Simeone e Anna riconoscono la gloria di Dio ...
Durante il cammino di avvento, questa tappa al pozzo della domenica... mi invita a bere con avidità questa parola e ad avere il coraggio della profezia... mi invita a leggere la storia, la mia storia, le mie scelte, con la luce che attende di essere accolta, perché davvero possa essere, come per il salmista  "Lampada per i miei passi è la tua parola, / luce sul mio cammino" e possa rallegrarmene, non per un solo istante, ma per tutto il viaggio.

giovedì 23 novembre 2017

Come per Pandora, Tu sei speranza di frutti abbondanti.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 12, 33-37
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva ai farisei: «Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive. Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato».
La tappa odierna del Vangelo mi invita a fare un tuffo anche nel punto più buio del mio cuore.
Mi vuole mostrare, e mostrandomi mi interroga, il rapporto tra  dentro e fuori: da cosa c'è nel mio cuore dipenderà cosa esce da me, cosa dò all'altro...
Se il mio cuore è arido, non saprò donare ... perché non ho frutti.
Se il mio cuore è "ingordo", non saprò offrire ... perché avrò sempre più fame e la mia fame insaziabile divorerà anche ciò che è dell'altro.
Se il mio cuore è gonfio d'amore, allora saprò offrire i miei frutti... saprò condividere quel poco che diventerà molto...
Da un cuore  puro, senza malizia, non potranno uscire cattiverie, veleni e complotti...come quelli dei farisei che seguivano il Maestro ma in segreto concordavano come ucciderlo.
Un albero buono, che affonda le radici nella Parola Incarnata, nel Maestro, non potrà portare cattivi frutti...
Questo Vangelo allora mi dice che, forse, sei tuo quel "concime" capace di rendere un albero ricco di frutti buoni...
Questo Vangelo allora riempie il cammino di speranza... perché come nel mito greco di Pandora, aperto il vaso ed usciti i mali del mondo, ultima, sul fondo, ad uscire fu proprio la speranza... Tu oggi sei quella speranza nella quale affondare e mettere radici.

lunedì 20 novembre 2017

"Est modus in rebus" ... l'eccesso dell'Amore.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 11, 16-24
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: / “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, / abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”.
È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
Allora si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sòdoma sarà trattata meno duramente di te!».
Il Vangelo di questi giorni d'avvento risplende di inviti: inviti ad un cammino, invito a cambiare modi di pesca, a sgretolare cuori di pietra... oggi invita a riconoscere il tempo.
Si rivolge a me e a chi vede negli eccessi qualcosa che storpia: la radicalità di Giovanni viene scambiata per "follia" mentre l'incontro del Maestro con gli altri viene visto come "prodigalità"...
Nessuno ha saputo riconoscere il momento opportuno: quello di preparasi al banchetto di gioia (con il Battista) e quello della gioia del banchetto (il Maestro che siede a tavola).
Allora questo Vangelo tra le righe mi chiede di riconoscere la presenza del Maestro nella vita, di gioire di questo incontro sia che esso avvenga a tavola, in una mano che terge le lacrime o un amico che con la sua presenza scalda il cuore e "fa tirare le guance dal tanto riso"... 
Mi chiede se riesco a vedere gli eccessi nell'Amore e accettarli, perché è vero che come dice Orazio, "est modus in rebus", ma nell'amore questa misura è nell'eccesso... Chi ama non misura i gesti o le parole con il bilancino... dà tutto.  
Gesù, con garbo, vuole scuotere chi non si lascia toccare da nulla e si aggrappa nelle proprie sicurezze, chi pensa di stare nel giusto perché aggrappato a riti e credenze... oggi il Maestro con la sua grazia vuole svegliarmi da questo torpore... "rimprovera" quelle città dove i gesti d'amore che egli ha compiuto sono accaduti senza generare nell'uomo cambiamento alcuno, egli rimprovera oggi perché siamo ciechi nel vedere, anche nelle piccolezze, la presenza del regno... egli scuote perché  "chinandosi" su di me ama e chi ama è come "L'idiota" di Dostojesky ... dove quell'aggettivo un po' (tanto) dispregiativo andrebbe correttamente tradotto con "folle": l'idiota di Dostojesky altro non è che il folle di Dio. Questo Vangelo sembra invitarmi alla follia dell'amore... sembra chiedermi se io sono capace, udito il flauto, di unirmi alla danza.

domenica 19 novembre 2017

Attendere l'Atteso che attende l'Uomo, figli d'Abramo con un cuore di carne.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 3, 1-12
In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: / Preparate la via del Signore, / raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

"In quei giorni" - oggi - come allora viene Giovanni e predica nel deserto: l'incipit al presente di questo Vangelo permette di coglierne la portata immensa.
Il deserto  è il luogo privilegiato per incontrare Dio (Mosè, i profeti, Antonio del deserto) ma anche i demoni che attanagliano l'anima... E' il luogo, dove privato di tutto, lasciato passare i demoni dell'anima, i falsi miti e i miraggi... rimango solo con me stesso, capace di percepire la voce del cuore... è un luogo difficile che spaventa con il suo silenzio che sempre più spesso cerco di riempire con un bla bla continuo... E' il luogo come  ricorda il profeta Osea 

Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.

Solo in questo deserto, che non è solitudine sterile ma una solitudine che porta frutto... posso comprendere che il "regno di Dio è vicino"... vicino, non in una logica temporale o di eskaton (di fine del mondo)... ma vicino a me, nel mio quotidiano. Giovanni invita a spalancare i cuori e gli occhi per vedere come il Regno sia vicino a me... chiede solo una conversione (etimologicamente, una trasformazione, un mutamento) del cuore.
Non è la geneaologia abramitica che salva o che rende figli, se così fosse anche delle semplici pietre possono diventarlo al solo volere del Padre... Non è nemmeno il culto ciò che salva, come ammonisce ai farisei e ai sadducei. Ciò che salva è sapere accogliere quello spirito di fuoco che converte, che tramuta pietre in figli di Dio, che trasforma un cuore di pietra in un cuore di carne: vivo, che palpita e capace di amare.
Tra tanti volti anonimi, oggi, quello del Battista mi indica un volto autentico, quello dell'Atteso, per un avvento a due sensi di marcia: avvento dunque perché cammino verso il Maestro, ma anche perché egli mi corre incontro e attende di essere accolto nel mio cuore. All'amore che tarda e inciampa in questo cammino di avvento, c'è sempre l'amore paziente di Dio che attende.

giovedì 16 novembre 2017

Otri nuovi per un vino d'Amore che scalda il cuore.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 9, 16-17
In quel tempo. Il Signore Gesù disse ai discepoli di Giovanni: «Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Un vangelo che nella sua piccolezza sembra dire tanto ...
Già l'attacco, "in quel tempo" ... sembra voler dire non solo "allora" quando il Maestro passeggiava tre le strade di Galilea, ma anche "Oggi".
Quando le reti sembrano non pescare più o sono rotte (come ci ricorda il Vangelo di Lunedì) l'incontro con il Maestro cambia le prospettive...
L'incontro, oggi, nel mio quotidiano, con il Regno, invita a cambiare: l'uomo vecchio, il vestito vecchio, le reti vecchie mal si conciliano con la ventata di freschezza che porta l'annuncio... Non posso prendere un pezzo (un tot al metro) per rattoppare ciò che è vecchio... come ci dice il Vangelo, si romperebbero vestito e otri...
Accogliere il Regno vuol dire questo, investire in otri nuovi per raccogliere quel vino nuovo... indossare un vestito nuovo di luce..
Vuol dire lasciare morire l'uomo vecchio per lasciar spazio a quello nuovo...
Il vangelo di oggi mi chiede, in questo cammino di avvento, di diventare otre nuovo per accogliere Cristo, mi chiede di accogliere quel vino, bevanda di salvezza, di berne a sazietà, lasciando che poco a poco il mio cuore di pietra si sgretoli come un otre vecchio per lasciar spazio a quel cuore di carne, capace di amare, capace di misericordia, capace di perdono...
In questo cammino di avvento, dove il cuore cerca l'Atteso, non manchi mai, nella fatica del viaggio e nella gioia del mio desco, quel vino che nel mistero dell'ultima cena - come cantano a Bose -  scalda il cuore ed simbolo dell'Amore e di  Te Altissimo.

martedì 14 novembre 2017

Una casa sulla roccia per un incontro d'amore

Lettura del Vangelo secondo Matteo 7, 21-29
In quel tempo. Il Signore Gesù diceva alle folle: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
In questo secondo giorno di avvento, il Maestro usa una metafora chiara...cosa dice a me?
Due messaggi si svelano tra le righe e l'uno è la conseguenza del primo.
Cosa mi allontana e allontanerà definitivamente dal Maestro? il "millantato credito" direbbe un giurista: l'aver speso il suo nome solo sulle labbra e non con il cuore.
Una bella iscrizione, in latino, a San Miniato ricorda che "Quando siete difronte a Dio non allontanatevi dal vostro cuore: se non è il cuore a pregare la lingua si affatica invano".
Non è la pratica religiosa, le ore minori e maggiori recitate, le devozioni che mi avvicinano al mistero... o meglio possono essere uno strumento ma se queste non "convertono" il cuore allora è un esercizio vano...  in questo cammino d'avvento il signore mi invita ad accettare la sfida (il Vangelo di ieri) e oggi inizia a "spiegarmi" il programma di cammino... Mi invita a liberarmi dalla legge, che imprigiona, che pronuncia il nome del Signore a vuoto, per guardare il mondo con gli occhi del cuore: è l'amore ciò che farà la differenza tra il "millantato credito" e la coerenza di una vita che ha come manuale di istruzioni il Vangelo.
Si apre uno squarcio, già da ora, su cosa sia l'amore nella chiave del Vangelo... sicuramente è ciò che ci rende pienamente figli del cielo, figli del Padre.
Allora chi ama è come colui che costruisce la casa sulla roccia. Solo se le mie fondamenta affondano in Te, la mia casa sarà come quella costruita sulla roccia... sarà per me un luogo sicuro, un luogo dove trovare rifugio, non vi sarà nulla, nella storia, che potrà mettere in difficoltà la mia esistenza.
Il maestro ci dice che l'abbracciare il Vangelo, fare la volontà del Padre, non ci esenta dalle tempeste della vita, dai mali, dalle malattie, dai lutti, essi ci saranno sempre, cambia il modo di attraversarle: se la radici del cuore affondano in Te, le fondamenta della  mia casa, allora attraverserò ogni momento di prova come se stessi attraversando il deserto: perché, nella Bibbia, il deserto e le lotte consumatasi in quel luogo, diventano un momento di passaggio che hanno condotto sempre ad una piena conoscenza di Te. 

lunedì 13 novembre 2017

Mendicanti che attendono una luce nella notte.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 4, 18-25
In quel tempo. Mentre il Signore Gesù camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.

Ad inzio di Avvento la liturgia propone un incontro: quello dei discepoli con il Maestro. Anche questo periodo di attesa terminerà con un incontro, quello dell'Atteso, che avrà il suono di un vagito nella notte di Natale...
Il Maestro entra nella vita dei primi discepoli proponendo loro non cose grandiosi (non promette di renderli sommi sacerdoti, dotti, condottieri...) ma propone loro ciò che sanno già fare: ai pescatori di Galilea propone di diventare pescatori di Uomini.
Il Maestro chiama, mi chiama, a partire da quello che so già fare, entra nella mia vita rendendo nuove, cose e modi vecchi.
Ecco che questi uomini lasciano le loro reti: nel Vangelo le reti sono le mie capacità, il mio modo di essere per pescare nella vita... a volte sono logore o rotte, altre magari inadeguate ma mi ostino a volerle usare, come se un montanaro pensasse di scalare la montagna con le pinne e il boccaglio, egli ruzzolerebbe rovinosamente.
Proprio allora, il Maestro chiama... quando mi ritrovo stanco, affamato, con la rete che non pesca come vorrei ... chiama per indicarmi un nuovo modo di pescare nel mare della vita.
I discepoli forse hanno fatto questa esperienza, di fame, di insoddisfazione ecco perché lasciano le reti senza pensarci, accettano la sfida dell'ignoto.
Il Maestro non va da chi pensa di essere soddisfatto... da Zaccheo a Natanele, da Pietro all'ultimo discepolo ... il Maestro provoca, con la forza di un pugno nello stomaco ma la dolcezza di una carezza, chi è inquieto... chi cerca, chi vuole capire..
In Giovanni 21, apparirà ai diescpoli ancora un volta stanchi, sfiduciati.. tentati di tornare alle loro vite di sempre, ad anche allora... invita a gettare le reti anche dopo una pesca rovinosa.
E' proprio quando la reti non pescano, che il Maestro scende sulle rive dalla mia vita e mi chiama a fare nuove la cose vecchie... ad avere il coraggio di lasciare le mie reti vecchie per prendere di nuove.
Quando morde la fame di un incontro... quando mi rendo conto che c'è dell'altro che sfugge alla mia logicità, quando sono mendicante di un incontro, di un cuore ... ecco il sussurro lieve, perché, nell'ottica del Regno, il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo, come ci ricorda don Luigi Giussani.
Il Vangelo di oggi mi invita, in questo cammino d'avvento, ad essere mendicante perché solo così la mia voce, nella notte di natale, potrà esplodere in quel "gloria in excelsis Deo" non come voce corale ma davvero come voce orante in una notte di luce.

venerdì 10 novembre 2017

Un bicchiere come ponte tra la terra e il cielo.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 25, 31-46
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, sederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».
Cappella degli Scrovegni, il Giudizio universale (Giotto)
Un discorso quello di Gesù che invita a porre attenzione a cosa ci separerà dall'Amore di Cristo quando saremo davanti a Lui...
Si scopre che ciò che ci separerà definitivamente dall'Amore di Cristo, ci dice il Maestro, è qualcosa che già qui e ora (hic et nuc, direbbero i giuristi) ci separa da Lui: sono io stesso che, giorno dopo giorno, scavo qual solco che mi allontana da Lui... un solco che, davanti a Lui, sarà incolmabile... Perché il Maestro non condanna, egli è il buon pastore che separa le pecore (animale, umile, docile che facilmente si fa condurre, metafora di chi accoglie gli insegnamenti del Maestro e il Regno nella sua quotidianità) e le capre (animale più "cocciuto", testardo, difficile da condurre al pascolo, metafora di chi ascolta gli insegnamenti ma li rifugge)...
Il criterio usato non è un criterio "esagerato" ... non è l'aver riconosciuto il volto di Cristo nel volto dell'uomo, un esercizio quasi impossibile; ma è un criterio molto più semplice,  è l'aver riconosciuto nel volto di ogni uomo il volto di Cristo.
Riconosco, con sorpresa, il volto di Cristo nel mio fratello, non compiendo gesti eclatanti o sensazionalistici... ma lo riconosco, a mia insaputa, offrendo un sorriso, un braccio teso, un banalissimo bicchiere d'acqua.
Ciò che farà la differenza, ciò che colmerà il solco che mi separa da Te sarà un banalissimo bicchiere d'acqua..
Allora anche un bicchiere d'acqua saprà diventare un ponte d'amore tra la terra e il cielo, perché il cuore si è fatto pupilla, perché alla sera della vita saremo giudicati sull'Amore.
Un Vangelo che picchia forte, quello di oggi, come un pugno nello stomaco ... perché, in prossimità dell'avvento, dell'Atteso, domanda se nella piccolezza di un gesto ho saputo riconoscere nel volto dell'altro, il Tuo.

giovedì 9 novembre 2017

Pietre vive per una voce che nasce voce dal cuore.

Gv 4,19-24
In quel tempo. La donna Samaritana disse a Gesù: “Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. Gesù le dice: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”.
Dopo i Vangeli dei giorni scorsi, la liturgia ci invita a meditare sul vangelo (un frammento del lungo Vangelo) della Samaritana.
Un Vangelo che prende avvio da una antica domanda, già presente nel cuore di Salomone:

Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?

Una domanda che trova risposta e compimento nella parole del Maestro, nella parte conclusiva del Vangelo odierno:

è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo,  [...] i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; 

Come sempre il Maestro capovolge le prospettive, le supera, le dilata fino a far scomparire le maglie strette della legge o i muri possenti dei tempi.
Già, non è nel tempio di pietra che si incontra o si adora il Padre, ma in un edificio fatto di spirito e verità, un edificio vivo, dove il culto è la voce che sorge dal cuore di figlio.
Questo Vangelo allora mi interroga sul significato profondo del "mio" culto...  mi invita a sedermi al pozzo, come la donna di Samaria, mendicante d'acqua e per tornare alla mia vita ricco di cielo perché consapevole di essere figlio in spirito e in verità

martedì 7 novembre 2017

Un servo come esempio di sapidità della vita

Lettura del Vangelo secondo Matteo 24, 45-51
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Sempre più vicini all'avvento, la liturgia inviata ancora una volta a sostare sulla vigilanza... un cuore che, vigilando, attende l'Atteso che abita la Storia e la mia storia.
Il Maestro propone un esempio quello del servo.
Occorre essere vigilanti, aspettando il Signore che può arrivare da un momento all’altro, senza preavviso. 
Il Regno viene nella nostra vita, nella nostra quotidianità: come per il servo dell'Evangelo, mentre siamo presi nel nostro compito... e sarà su questo che saremo giudicati al tramonto della vita.
Due modi diversi di vivere i compiti affidati: con sapienza o con malvagità.
Il servo fedele è colui che  opera con coscienza e impegno, perché il Signore, che gli ha affidato la casa e gli altri servi, conta sul suo lavoro; il servo fedele opera con sapienza perché capace di dare sapidità a ciò che fà, a chi incontra  e a chi gli viene affidato.
Il servo malvagio è colui che, agendo, vuole trovare un proprio profitto... (potere, supremazia, prestigio... ).
In questo momento di attesa che si apre davanti a me, rendimi servo in-utile, senza profitto alcuno per me, capace di riconoscere il sapore delle cose e delle persone e capace di dare sapidità alla vita.

lunedì 6 novembre 2017

Vigilare per essere figli

Lettura del Vangelo secondo Matteo 24, 42-44

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Un invito alla vigilanza, quello del Maestro... vigilanza per cogliere i  segni del Regno tra noi, nel mio cuore.
Già, perché il Regno non arriva con proclami, con angeli che suonano la tuba o carri di fuco, arriva nella mia vita nelle piccole cose... Il sorriso di un bimbo, la domanda che spiazza, un gesto semplice, come un bicchiere d'acqua che passa inosservato ai più ma non a quel cuore capace di farsi pupilla...
Una vigilanza e attenzione volte a cogliere il sussurro di quel Maestro che passa nei nostri paesi, siede alla nostra tavole... chi/ama, si china, guarda negli occhi...
Un invito, oggi quello del Maestro, a scorgere con intelletto, dal latino intus-legere, leggere dall'interno delle cose (leggere dal di dentro, leggere dal cuore) la presenza del Regno nella mia vita per essere piegamente figlio del cielo.

domenica 5 novembre 2017

Una regalità rovesciata, un vagito che cerca l'Umanità

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 18, 33c-37
In quel tempo. Pilato disse al Signore Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
croce bizantina con Cristo in trono
Oggi per noi ambrosiani si chiude l'anno liturgico e con domenica prossima si entra nell'avvento.
Una festa, quella di Cristo Re dell'universo, istituita quando l'Europa era sconvolta dal secondo conflitto bellico... quando tutto si capovolge e si riconoscono nel potere, nel dominio, nella purezza della razza o di una qualsivoglia ideologia gli unici motivi di regalità, la lungimiranza della chiesa addita ad un solo Re, della storia, dell'universo del cuore: il Maestro Gesù.
Nel Vangelo di oggi due re si confrontano: Pilato, che rappresenta il potere e Cristo, inerme, legato e sottoposto al giudizio del primo.
Due regalità diverse.
La prima, quella di Pilato, che è riflesso di un'ombra terrena, quella dell'imperatore...una regalità che può dare la morte.
Dall'altra, quella di Cristo, che proprio nel momento più buio viene riconosciuto "Re"... verrà rivestito di porpora, incoronato di spine e gli viene offerta una canna come scettro mentre tutti lo riveriscono con scherno; ora egli è solo davanti a Pilato, tradito, abbandonato, rinnegato anche da Pietro, ma proprio nel momento più buio egli viene riconosciuto come Re, un Re della vita...
Una regalità rovesciata per il mondo, ma che alcuni crocifissi bizantini rappresentano con il Cristo sulla croce vestito con le insegne regali e con la corona splendente al posto di quella di spine, perché è nel "mistero" della croce, che è scandalo, che vi è la regalità di Cristo: un Re della vita, un Re d'amore.
Celebrare oggi la festa di Cristo Re mi interroga, con decisione: Cristo Re ma di cosa? lo è della mia vita e del mio cuore? 
Una domanda che ora ricerca una risposta nel silenzio dell'avvento, nel sussurro lieve dell'Atteso, nel vagito di un bimbo di luce.